Un gradito ritorno

Vi riproponiamo l’intervista pubblicata sul primo numero di Notizie brevi del 2018 , l’unico dell’anno uscito in forma cartacea.
Dopo 15 anni, trascorsi alla direzione del Servizio Trasfusionale dell’Ospedale di Lecco, Daniele Prati torna in qualità di primario al Centro Trasfusionale del Policlinico, dove ha prestato servizio fino al 2003 come ricercatore e come medico chiamato all’assistenza sanitaria dei donatori. Con immenso piacere lo ritroviamo oggi a ricoprire una carica importante, ma anche assai complessa e impegnativa, al vertice del Centro Trasfusionale.
Ricordi, emozioni, riflessioni personali ma anche grande maturità e senso di responsabilità nell’intervista che segue, accompagnata dal nostro affettuoso “Bentornato dottor Prati!”
 
Dottor Prati, la tua recente nomina rappresenta un graditissimo ritorno al Centro Trasfusionale dopo 15 anni durante i quali hai ricoperto l’incarico di primario presso il servizio trasfusionale dell’Ospedale di Lecco. Che esperienza hai maturato?
Ho lavorato molto con le Associazioni dei donatori del territorio (l’AVIS e l’ALDE, una associazione ospedaliera), che sono state straordinarie a supportarci, reclutando e motivando i donatori di sangue. A Lecco fortunatamente il sangue non è mai stato un problema: in 15 anni non abbiamo mai dovuto rimandare una seduta operatoria, e abbiamo sempre raccolto più del doppio delle unità di sangue che erano necessarie per i nostri ospedali, sostenendo in misura rilevante l’attività assistenziale in molte strutture sanitarie della Lombardia (in particolare il San Raffaele di Milano e il San Gerardo di Monza), ma anche di altre regioni (in particolare l’ospedale Brotzu di Cagliari). Con i miei collaboratori ho sempre cercato di coprire tutti gli aspetti della medicina trasfusionale, dalla donazione di sangue alla cura dei malati che necessitano di trasfusioni, svolgendo direttamente anche le attività di ematologia clinica per l’intero ospedale. La collaborazione con gli altri reparti, soprattutto la Medicina e le Malattie Infettive, è stata quotidiana e costante, così da non perdere mai il contatto con la ricerca clinica. Abbiamo ottenuto alcuni finanziamenti di ricerca importanti, della Comunità Europea. Anche grazie a ciò, sono riuscito a portare a Lecco degli ottimi giovani ricercatori, che hanno effettuato studi interessanti, soprattutto nel campo delle malattie trasmissibili con la trasfusione.
I riconoscimenti, alla lunga, non sono mancati: con la riorganizzazione del sistema trasfusionale lombardo, a Lecco è stato collocato il coordinamento della macroarea trasfusionale più grande della Lombardia, sia come volumi di attività che come estensione. Infatti vengono analizzate e lavorate più di 80.000 unità di sangue, provenienti da un’area che va dalle porte di Milano, alla Brianza, fino alle aree montane della Valtellina.
Sono stati 15 anni bellissimi. Sono stato accolto bene, ho trovato persone fantastiche, ho stretto legami veri e molto forti, e per questo è stato facile avere una visione professionale comune. Ho potuto studiare ed imparare nuove cose. Mi sono innamorato dei luoghi, del lago e delle montagne. Per tutto questo, per quanto ho ricevuto sul piano umano e su quello professionale, decidere di andarmene non è stato facile.
 
Nel periodo trascorso al Centro Trasfusionale pur occupandoti prioritariamente di ricerca sui virus dell’epatite avevi frequenti contatti con i donatori di sangue: durante le visite pre-donazione e nell’ambulatorio di epatologia. Quale ricordo conservi di questo rapporto? Come vivi questo ritorno da ‘primario’?
Credo che i donatori più vecchi si ricordino ancora della mia faccia. Per la verità, fino a quando ho lasciato il Policlinico, clinica e ricerca erano un tutt’uno! La ricerca si faceva quando il turno di visita ai donatori era terminato. Io seguivo anche l’ambulatorio delle malattie del fegato dedicato ai donatori. I donatori sono sempre stati molto motivati e sensibili ai programmi di prevenzione e di cura: questo ci ha permesso di ottenere traguardi importanti anche dal punto di vista scientifico. A metà degli anni ‘90 avevamo capito, con 10 anni di anticipo, che le infezioni da epatite C che trovavamo nei donatori a seguito dello screening andavano seguite e curate precocemente, per prevenire conseguenze molto gravi. Oggi è un dato accettato da tutti, ma all’epoca erano concetti tutti da dimostrare. Mi piace pensare che quel lavoro di ricerca e quelle visite in ambulatorio siano state utili a migliorare la vita delle persone, oltre che ad arricchire la comunità scientifica.
Quanto al modo in cui vivo il ritorno… beh, è un’altra emozione forte. Ho iniziato a frequentare il Centro come studente all’inizio degli anni ‘80, quando non avevo neanche 20 anni. Anche per questo mi sento come se tornassi a casa. Troverò molte persone con cui ho già lavorato e con cui ho continuato a collaborare in questi anni - non soltanto al Centro, anche nel resto dell’Ospedale. Sono certo che mi aiuteranno, cioè che ci aiuteremo a vicenda. Del resto, da soli non si fa niente.
 
Anche se è prematuro parlarne, hai già qualche progetto che interessi in particolare i nostri donatori?
Oltre che sulle malattie cardiovascolari, mi piacerebbe riportare l’attenzione sulle infezioni virali, le malattie del fegato e metaboliche, cioè in quel campo che mi è familiare e a cui ho dedicato la maggior parte della mia attività clinica e scientifico. I progetti di prevenzione per i donatori di sangue che l’Associazione ha sostenuto in questi anni sono importantissimi. Credo che per funzionare ancora meglio, i percorsi clinici debbano essere individualizzati, a seconda dei momenti della vita e dei bisogni di ciascuno. Non è una cosa semplice da realizzare, ma è certamente il modo per renderli più efficaci e sostenibili.
 
Intervista di Anna Parravicini

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