Salute e Società

17/05/2019

È morto il 2 maggio a Milano, all’età di 97 anni, il professor Nicola Dioguardi.
Nato a Bari nel luglio del 1921, a Milano era arrivato nel 1949. Dopo essere stato chiamato a dirigere l’Istituto di Patologia Medica a Cagliari, era tornato nel 1967 all’Università di Milano, presso il Policlinico, dove diresse prima la Semeiotica e la Patologia Medica e, dal 1972, l’Istituto di Clinica Medica III e di Medicina Interna.
Nel 1996 divenne direttore scientifico, e poi sovrintendente scientifico, dell’Istituto Humanitas di Rozzano, che aveva contribuito a fondare.
Epatologo noto in tutto il mondo, diede vita nel 2005 al Laboratorio per lo Studio delle Misure Metriche in Medicina dove, con un team di ricercatori di differenti discipline scientifiche, portò avanti importanti per anni ricerche applicando all’epatologia la “geometria frattale” (una disciplina matematica in grado di ottenere misurazioni precise di strutture irregolari) con lo scopo di riuscire a dare una valutazione esatta dell’entità della malattia epatica e dell’efficacia dei farmaci impiegati nella sua cura.
L’ho visto l’ultima volta due anni or sono all’incontro di “Medicina in Teatro. I Grandi Maestri del Policlinico” dedicato al prof. Luigi Villa, il maestro che Nicola Dioguardi aveva avuto per molti anni al Granelli e che aveva assistito negli ultimi mesi di vita. Qualche mese prima ero stata a casa sua, insieme al professor Sirchia, per invitarlo di persona e, nonostante qualche problema di salute, aveva accettato di buon grado. Trascorremmo insieme un indimenticabile pomeriggio rievocando gli anni passati in Policlinico, commentando la situazione sanitaria e i problemi del Paese, ricordando i passi avanti compiuti dalla ricerca in un arco di tempo lungo più di sessant’anni. Prima di lasciarci volle farci dono dell’ultimo suo libro “Ci vuole fegato per chiamarsi Nicola Dioguardi”, una bella biografia in forma di dialogo con Fiorenza Presbiterio.
Lo ricordo ancora durante l’incontro nella Chiesa dell’Annunciata. Sedeva ovviamente in prima fila, attento a seguire gli interventi delle persone che intervistavo, ma soprattutto la rappresentazione di Massimiliano Finazzer Flory con il quale volle complimentarsi alla fine, entusiasta. A me confidò in un orecchio che aveva perso alcune parti del monologo “perché non ci sentiva più come un tempo”... ma aveva apprezzato lo stesso la sua interpretazione del maestro.
Era così Dioguardi. Ti spiazzava con la simpatia e le sue battute, accompagnate da uno sguardo vivo e penetrante.
Ci siamo salutati con la promessa di rivederci. Purtroppo non è successo.
Mi rimane il rimpianto per questo. E il ricordo di uno scienziato appassionato, un bravo medico, un apprezzato maestro ma soprattutto un grande uomo.
 
Anna Parravicini

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